Lapis specularis

"Il vetro di pietra" in Italia: testi, documenti, immagini

Il lapis specularis nei gessi spagnoli

Il lapis specularis faceva parte dell’immenso patrimonio minerario in possesso dell’Impero romano. Se infatti il settore economico principale era certamente l’agricoltura, la sottomissione di territori di antica tradizione mineraria, come nel caso delle regioni della Dacia, della Macedonia, della Spagna o dell’Egitto permise ai Romani di entrare in contatto con un esteso e diversificato patrimonio e con una mano d’opera indigena specializzata. Roma applicò alle miniere e alle cave tutte le sue conoscenze in campo topografico ed idraulico per effettuarne uno sfruttamento sistematico e pianificato. La vasta estensione dell’Impero permetteva infatti di accedere a svariate risorse: da Cipro e dalla Britannia si estraeva il rame e da quest’ultima anche l’argento che si trovava anche nella Turchia ed in Spagna. Il ferro proveniva principalmente dalla Gallia, l’oro si estraeva dalle miniere della Dacia e dell’Egitto, mentre lo stagno, necessario con il rame per la creazione del bronzo, proveniva dal nord della Francia e della Spagna. Oltre all’estrazione dei metalli è documentata anche quella del lapis specularis, le cui cave principali erano situate, come ricorda Plinio, nella Spagna Citerior, in particolare nell’area attorno alla città di Segobriga.

Le cave più importanti sono menzionate in un passo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (XXXVI, 45-46 § 162-163) (XXXVI, 45 -46) che descrive i diversi luoghi di estrazione: «(…) Et hi quidam sectiles sunt, specularis vero (...) Hispania hunc tantum citerioe olim dabat (…) et Cipros et Cappadocia et Sicilia et numper inventum Africa (…) et in Bononiensi Italiae parte breves (...) Hispania hunc tantum citerior olim dabat, nec tota, sed intra C passuum circa Segobriga urbem (…) lapis duritia marmoris, candidus atque translucens (...)». L’autore ricorda come le cave più importanti, situate in Spagna nei pressi di Segobriga, restituissero un minerale di assoluta trasparenza; richiama inoltre l’esistenza di altre aree ricche di questo minerale esistenti lungo la costa settentrionale dell’Africa, in corrispondenza dell’attuale Tunisia, in Cappadocia e nell’isola di Cipro.

Per quanto riguarda la gestione, le miniere e le cave che si trovavano nei territori conquistati, e quindi probabilmente anche quelle di lapis specularis, vennero a fare parte dell’ager publicus. In un primo momento gli incaricati alla loro gestione furono i governatori provinciali, poi, nel primo quarto del II secolo a.C. la gestione fu affidata a società di pubblicani. Con Augusto i distretti minerari furono oggetto di una speciale regolamentazione: fu creata la figura del procurator metallorum che rispondeva al Senato o al fisco medesimo; in questo caso quindi era lo Stato che si avvaleva di proprio personale per la gestione. In altre situazioni Roma, attraverso un suo procuratore, concedeva il diritto di estrazione a singole persone o a società, a fronte di un canone che poteva consistere in denaro e in parte del minerale estratto. Nel caso in cui le miniere fossero controllate direttamente da Roma le maestranze erano per lo più costituite da schiavi.

Se per la realtà italiana gli studi riguardanti le metodologie di coltivazione delle cave sono appena agli inizi, è possibile essere più precisi per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro nelle cave di lapis spagnole. La maggior parte delle informazioni al riguardo provengono infatti dalle ricerche degli archeologi spagnoli che lavorano nell’area di Cuenca (Valeria) e Segobriga nella regione della Castiglia-La Mancia. Il paesaggio di questi centri, situati nella Meseta spagnola, è completamente diverso da quello appenninico: si tratta di vasti altipiani dove le tracce degli accessi alle cave e delle strutture di lavorazione, con gli oggetti a loro legati, sono tuttora ben visibili sul terreno. In antico, per entrare all’interno delle cave veniva scavato un ingresso orizzontale in modo da permettere, in taluni casi, anche l’entrata di animali da soma. A questo accesso si aggiungevano numerosi pozzi verticali, di forma quadrata o rettangolare e dell’ampiezza di circa 2 metri, che consentivano una comunicazione diretta con l’esterno; ne esistevano diversi, situati lungo i vari punti della vena di lapis, per permettere un lavoro simultaneo in più parti della cava. La rete dei pozzi e delle gallerie a questi collegate confluivano a volte in una grande sala sotterranea che era utilizzata per organizzare il lavoro e per portare all’aperto il materiale.

Gli operai erano vestiti con una tunica corta, calzari e ginocchiere realizzate in sparto (Stipa tenacissima), una graminacea molto resistente utilizzata anche per fare cordame. Gli strumenti di lavoro erano costituiti da una sorta di gerla per trasportare il minerale estratto, vari strumenti in ferro tra cui i più utilizzati erano la piccozza, il mazzuolo ed il cuneo ed una lucerna che permetteva di illuminare il buio profondo delle cave. I pezzi di lapis estratti, le cui dimensioni erano al massimo di un metro e mezzo, venivano trasportati con le gerle alla sala principale e di qui portati all’esterno per le lavorazioni tramite le bestie da soma oppure attraverso i pozzi verticali.

 

                                                                                                                                                       Chiara Guarnieri

 

 

 

Paesaggio nei gessi microcristallini della Meseta spagnola, nei pressi della regione di Castiglia-La Mancia. Con un cerchio rosso sono evidenziati gli ingressi di due cave di lapis specularis. Con oltre 200 cave fino a oggi individuate, quest’area costituisce, di gran lunga, la maggior depositaria di siti romani legati all’estrazione del lapis specularis presenti nel bacino del Mediterraneo.

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